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La psicoterapia ericksoniana: l’invenzione della psicoterapia breve

Tabella dei Contenuti

Questo articolo esaminerà la teoria, i metodi e le tecniche di un approccio terapeutico che pochi sanno essere il capostipite di tutte le terapie brevi. In passato è stato spesso trascurato in quanto è basato sull’ipnosi. Si chiama psicoterapia ericksoniana, dal nome di Milton Erickson che era uno psichiatra americano. La psicoterapia breve di Erickson era basata sull’ipnosi da lui affinata e rimodellata, perciò chiamata poi “ipnosi ericksoniana. Solo poche decine di anni dopo il suo inizio, la psicoterapia di Erickson ispirò molti altri approcci terapeutici che non fossero basati né sulla allora prevalente psicanalisi, né sul nascente comportamentismo. Con gli anni le psicoterapie brevi si sono sviluppate in direzioni differenti, dimenticandosi gradualmente della loro origine e prendendo sempre di più le distanze con l’ipnosi.

Psicoterapia ericksoniana: Milton Erickson
Psicoterapia ericksoniana: Milton Erickson

Negli anni ’60, il lavoro del dottor Erickson con i pazienti attirò, di fatto, una notevole attenzione nei circoli accademici. Erickson cominciò dunque a tenere le sue lezioni nel suo studio, a Phoenix, in Arizona, davanti ad accademici di diverse discipline tra cui linguistica, psicologia e psichiatria; molti di questi studiosi a loro volta hanno creato nuove forme di psicoterapia che oggi sono più attuali che mai.

Oggi la psicoterapia ericksoniana non ha il posto che le spetterebbe nel pantheon delle psicoterapie contemporanee, forse anche per via del fatto che non è abbastanza strutturata, perché il terapeuta ericksoniano lavora con quello che i paziente porta in quel preciso momento, mettendo in gioco anche se stesso, invece che usare protocolli standardizzati, come tutte le psicoterapie cognitivo-comportamentali o un corpus teorico molto ben affinato, come le varie forme di psicanalisi.

Sicuramente, però, entra in gioco anche il fatto che non è vista tanto bene l’associazione con l’ipnosi, esattamente come era più di un secolo fa quando Freud la ripudiò per lo stesso motivo. Non voleva che la sua nuova creatura, la psicanalisi, fosse vista come una forma di ipnotismo, visto che, soprattutto allora, l’ipnosi, che ancora in molti chiamavano mesmerismo, godeva di una pessima fama, come di qualcosa di non scientifico.

Ipnosi

Nell’ipnosi ericksoniana L’induzione può avvenire in molti modi diversi. Alla base c’è sempre, comunque, qualche forma di suggestione. A volte è sufficiente che i pazienti, semplicemente, sappiano di dover essere ipnotizzati, ed entrano in trance da soli, senza neppure una vera e propria induzione del terapeuta. In altri casi il terapeuta utilizza le parole che sa già che funzioneranno per quel determinato paziente, in quel determinato momento.

Comunque vada, il compito del terapeuta, nella fase di induzione, è quella di guidare il paziente in uno stato modificato di coscienza e poi comunicare in modo indiretto con l’inconscio del paziente, in modo che la mente razionale non possa fare da filtro, sabotando, di fatto, il messaggio.

I messaggi sono semplicemente idee che, se attecchiscono nella mente inconscia del paziente, germoglieranno producendo il risultato voluto, che si tratti di alleviare un sintomo o di costruire una risorsa che servirà al paziente per poter eliminare i suoi sintomi o migliorare la propria vita.

Suggestione

Quando viene usata fuori dal contesto ipnotico vero e proprio, cioè fuori dalla trance ipnotica, la suggestione è sempre uno strumento potente. Non si tratta di dire al paziente di fare qualcosa, ma piuttosto di guidarlo in una direzione in modo completamente diverso. Il terapeuta comunica questo messaggio indirettamente in modo che non possa essere coscientemente riconosciuto come un comando o un’imposizione.

Le tecniche suggestive possono produrre un cambiamento nei comportamenti e negli atteggiamenti delle persone, ma non sono considerate terapeutiche di per sé, a meno che la persona non sia anche incoraggiata a sviluppare le proprie risorse interne.

Semina

La semina, in inglese seeding, è una delle tante tecniche che sono state apprese dai vari studiosi che hanno frequentato Erickson negli anni. Si tratta, in pratica, di mettere un’idea nella mente del paziente, come un seme in un solco, appunto. Si ripeterà la cosa più volte al termine delle quali, se il seme ha attecchito, l’dea è diventata una suggestione, che ha scavalcato, così, il muro della razionalità.

Un esempio è quello di Erickson che ha fatto un’induzione per una persona che soffriva molto dolore. Questa persona non voleva saperne più di medici, teso e depresso com’era, ma Erickson si avvicinò a lui per raccontargli una storia. Siccome questa persona era un agricoltore, raccontò la storia di un piantina di pomodoro, che viene nutrita dalla terra e in diversi punti utilizzò le parole “piacevole” e “felice” riferite sempre alla pianta che cresceva e al pomodoro che nasceva da questa. Inoltre fece menzione del fatto che la piantina aveva tutte le potenzialità innate (risorse interne, vedi dopo) per potersi sviluppare e cogliere i raggi di sole. In questo modo, dopo una singola sessione, nel giro di poco tempo, l’agricoltore riprese a stare bene.

Se Erickson non avesse usato questa forma così indiretta, l’agricoltore, arrabbiato com’era per quello gli era capitato, non sarebbe stato neanche a sentirlo e, qualora lo avesse fatto, la sua mente critica avrebbe bloccato tutte le suggestioni sul fatto di poter stare bene, mentre grazie al fatto che l’idea era stata fatta passare un po’ per volta, aveva avuto modo di radicarsi nella mente del paziente.

Risorse interne

Le tecniche psicoterapeutiche ericksoniane sono state sviluppate per aiutare le persone a cambiare i loro modelli di comportamento e di pensiero modificando il modo in cui pensano o reagiscono a qualcosa. Il modello principale di Erickson si basa sull’idea che gli esseri umani hanno tutte le risorse dentro di sé per guarire, se queste sono messe in condizione di crescere e svilupparsi.

Questa è un’idea che esiste da secoli. Gli sciamani che praticano riti suggestivi, quando non fanno uso di fumi e simili con effetti psicotropi, da sempre curano così un gran numero di malattie mentali ante-litteram. Tutti gli abitanti dei villaggi che ancora adesso hanno uno sciamano credono nel potere di guarigione di spiriti e affini che sono in grado di accrescere o diminuire le loro risorse interne.

Linguaggio del corpo

I terapeuti ericksoniani sono, o dovrebbero essere, esperti nella comprensione del linguaggio del corpo, dei gesti, del tono della voce e di altri aspetti. Tutto può essere un indizio di qualcosa che il paziente non esprime con le parole, e tutto dovrebbe essere utilizzato da un terapeuta ericksoniano, per arrivare al suo fine, quello di guarire il paziente.

Metafore

Le idee di cui parlavo prima, cioè delle suggestioni e della semina, sono spesso dati sotto forma di metafore o racconti. Il terapeuta può rompere lo schema di comportamento del paziente, per esempio, anche solo raccontando una storia che porta a intuizioni su prospettive alternative, mantenendo comunque l’integrità e la coerenza logica all’interno di questi racconti. Più è vasto il repertorio di storie a cui il terapeuta è in grado di accedere, più sarà facile per lui trovare la strada giusta per veicolare una certa idea.

Erickson viene ricordato, dai suoi allievi diretti, anche per la capacità che aveva, quando qualcuno gli poneva una domanda, per esempio in una conferenza, di rispondere con una storia. Si prendeva il suo tempo, parlava lentamente, come faceva di solito, e raccontava una storia. A volte le persone dovevano pensare a lungo a cosa Erickson aveva voluto dire, a volte gli insight arrivavano nel giro di pochi secondi. Usava la stessa tecnica anche con i pazienti in terapia, ovviamente, e questo non fece altro che aumentare la sua fama per l’originalità dei suoi metodi.

Mettere in grado di sperimentare piuttosto che insegnare

Erickson non voleva insegnare ai suoi pazienti nuove abilità, ma voleva che imparassero da soli il processo terapeutico. Il paziente non doveva arrivare con nuove soluzioni o intuizioni spontaneamente, ma sperimentare da sé, mentre arriva un’idea che gli era stata data sì dal terapeuta, ma in forma coperta.

Per esempio, Erickson era solito dare ad alcuni dei suoi pazienti compiti strani, come quello di cercare un mattone, portarlo a piedi sulla cima di una collina nel deserto vicino Phoenix, e una volta giunti là dire delle cose, per esempio.

Alcuni dei compiti che venivano assegnati avevano lo scopo di far capire alcuni concetti a livello simbolico, altri, che erano piuttosto strani e fuori dai canoni normali, vengono chiamati ordalie e venivano dati con il preciso scopo di non essere eseguiti. In questo caso quella che veniva cercata era proprio la ribellione rispetto a un dovere (non dimentichiamo che un medico dell’America rurale negli anni trenta del secolo scorso che ordinava di fare delle cose a un paziente, non era preso con molto senso critico) e la rottura di un certo schema preesistente.

Narrazione

I terapeuti ericksoniani sono in grado di raccontare delle storie per tutti i motivi di cui abbiamo parlato fino ad ora. Ci sono molti modi per raccontare una storia e ogni terapeuta ha quelli che preferisce, ma comunque tutto viene sempre guidato dal contesto, da quello che capita e da quello che il paziente porta. In pratica viene messa in atto quella che si chiama utilizzazione.

Utilizzazione

Le sedute non hanno un copione e sono condotte interamente nel momento, con il terapeuta ericksoniano che utilizza quello che il paziente porta lì per lì.

Non è raro che un terapeuta si metta a raccontare di, non so, una mietitrice per esempio, se in un appartamento vicino qualcuno sta ristrutturando e si sentono rumori simili a quelli che potrebbero far pensare alla mietitrice. In questo caso al terapeuta può venire in mente la mietitrice se ha a che fare con qualcosa che in quel momento può essere utile al suo paziente. Ma il bello è che il terapeuta ericksoniano che ha esperienza, può avere questa idea del mezzo agricolo, ma ancora non sa come potrebbe usarla. Ma comincia a raccontare e, un po’ per volta, l’idea prende forma nella sua mente e allora capisce il perché gli fosse venuta in mente proprio la mietitrice.

Questo è solo un esempio, naturalmente, ma fa capire come anche l’inconscio del terapeuta facc parte integrante del setting terapeutico.

Dr. Paolo D'Alessandro - Psicologo Psicoterapeuta
Dr. Paolo D'Alessandro - Psicologo Psicoterapeuta

Lavoro con i pazienti da più di 15 anni e mi piace aiutarli a superare le loro paure. Dal 2006 mi occupo prevalentemente di Ansia da prestazione, Attacchi di panico e Ansia sociale. Collaboro con l'AIPAP, l'associazione italiana per la psicoterapia degli attacchi di panico, di cui sono socio fondatore.

Ho tre figli e una moglie che amo molto. I miei interessi includono la tecnologia e le nuove sfide, sia in ambito clinico che imprenditoriale.